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	<title>GulliverCinema 2012-2013 | Gulliver</title>
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	<description>Circolo Culturale - Dosolo</description>
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		<title>MORIRE DI LAVORO</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 19:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>
		<category><![CDATA[Società 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 20 Aprile 2013 ore 21.15</b><br /> Regia di Daniele Segre<br /><b>EVENTI SPECIALI<br /> Ospiti in sala: il regista Daniele Segre e il critico cinematografico Tullio Masoni</b><br />I testimoni davanti alla mdp, su fondale nero, decisi a guardarci negli occhi e a fare il loro atto d’accusa sulle morti sul lavoro.<br />INGRESSO LIBERO ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/SIC-FIAT-ITALIA_DSegre.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3699" title="SIC FIAT ITALIA_DSegre" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/SIC-FIAT-ITALIA_DSegre-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a></h2>
<h2>di  Daniele Segre</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Italia 2008 -88’-</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Interpreti:  Lavoratori  e familiari di  lavoratori morti nel  settore  costruzioni in Italia e tre attori, 2 italiani e uno senegalese: Ciro  Giustiniani, Luca Rubagotti, Seck Bamba</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Morire di lavoro è un film documentario che indaga la realtà del settore delle costruzioni in Italia.</p>
<p>Protagonisti i lavoratori e i familiari di lavoratori morti sul lavoro. La trama narrativa si sviluppa attraverso i racconti e le testimonianze dei protagonisti, ripresi in  primo piano, che guardano in macchina.</p>
<p>Altro elemento espressivo sono le voci di tre attori, due italiani e un senegalese, che interpretano ciascuno il ruolo di un lavoratore morto in cantiere. Nel film si parla di incidenti mortali nei cantieri edili, dell’orgoglio del lavoro, di come si è appreso il mestiere, della sicurezza e della sua mancanza, di lavoro nero, di caporalato.</p>
<p><a title="Foto gallery" href="http://www.circologulliver.it/foto-gallery">Vai alla Foto Gallery</a></p>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">Ospiti in sala:</span></h1>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">il regista Daniele Segre</span></h1>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">e  il</span></h1>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">critico cinematografico</span></h1>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"> Tullio Masoni</span></h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/daniele_segre_2007_ridimensionato.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3726" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/daniele_segre_2007_ridimensionato-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Daniele Segre (Alessandria, 1952) è autore di &#8220;cinema della realtà&#8221;, di film di finzione e di spettacoli teatrali.</p>
<p>Le sue opere sono spesso trasmesse dalle reti pubbliche e da molti anni  presentate alla Mostra d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia e in diversi  festival nazionali e internazionali &#8211; tra cui la Berlinale,  International Film Festival Rotterdam, Cinéma du Réel e Filmmaker &#8211;  ricevendo vari riconoscimenti tra cui il premio Giuliani De Negri alla  Mostra d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia, il Tulipano d&#8217;oro al Festival  Internazionale di Istanbul, il premio CICAE al Festival del<br />
Cinema Italiano di Annecy, il premio Filmmakers, il premio NICE a New York.</p>
<p>Esordisce come fotografo della realtà a Torino e fin dalla metà degli  anni Settanta realizza film e video. I suoi primi lavori si focalizzano  su problemi delle realtà giovanili disagiate (&#8220;Perché droga&#8221;, 1976; &#8220;Il  potere dev&#8217;essere bianconero&#8221;, 1978) e sulla dignità e umanità di vite  difficili (&#8220;Vite di ballatoio&#8221;, 1984); nel 1980 pubblica anche il libro  fotografico &#8220;Ragazzi di stadio&#8221; (Mazzotta, Milano). Fonda nel 1981 la  società di produzione &#8220;I Cammelli&#8221; e nel 1989 l&#8217;omonima &#8220;Scuola video di  documentazione sociale&#8221;, col sostegno di Unione Europea e Ministero del  Lavoro, che avvia decine di giovani alla delicata e difficile attività  di professionista audiovisivo nel sociale.</p>
<p>Nel 1983 realizza il lungometraggio &#8220;Testadura&#8221;, presentato alla Mostra  d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia, finzione sulla realtà di un  microcosmo giovanile fatto di scelte ostinate, quotidianità faticose e  complicati rapporti interpersonali; del 1992 il secondo lungometraggio,  &#8220;Manila Paloma Blanca&#8221;, in cui indaga l&#8217;universo esistenziale di un  attore emarginato utilizzando anche inserti video da &#8220;Tempo di riposo&#8221;  (1991), interpretati entrambi dall&#8217;attore Carlo Colnaghi.</p>
<p>Fra i suoi film documentari, quelli sui minatori del Sulcis (&#8220;Dinamite&#8221;,  1994), sui sieropositivi e malati di AIDS (&#8220;Come prima, più di prima,  t&#8217;amerò&#8221;, 1995), sull&#8217;affettività nei giovani colpiti da sindrome di  Down (&#8220;A proposito di sentimenti&#8221;, 1999), sulla chiusura di una fabbrica  in Sardegna (&#8220;Asuba de su serbatoiu&#8221;, 2001) e sui problemi dei malati  di Alzheimer e delle loro famiglie (&#8220;Tempo vero&#8221;, 2001).</p>
<p>Nel 1995 debutta nella regia teatrale con &#8220;Week-end&#8221; di Annibale  Ruccello. Opere come &#8220;Non ti scordar di me&#8221; (1995) e &#8220;Paréven furmìghi&#8221;  (1997) sono incentrate sul fascino del set e dell&#8217;immaginario  cinematografico, sulla costruzione (reale) di un cinema e la  ricostruzione della realtà che il cinema consente. Nel 2002 realizza il  lungometraggio &#8220;Vecchie&#8221;, con Maria Grazia Grassini e Barbara Valmorin,  che diviene uno spettacolo teatrale &#8220;Vecchie. Vacanze al mare&#8221;, prodotto  da Associazione Teatrale Pistoiese-Teatro del Tempo Presente, e va in  scena al Piccolo Eliseo di Roma nel gennaio 2003 e in altri teatri  italiani fino al 2006.</p>
<p>Dal 2002 al 2005 codirige il Bellaria Film Festival con Antonio Costa e  Morando Morandini. Nel 2003 realizza la serie di sei film documentari  &#8220;Volti &#8211; Viaggio nel futuro d&#8217;Italia&#8221;, mandata in onda da RAI TRE,  produttrice della serie, a partire dal gennaio 2004. Del giugno 2004 è  il quarto lungometraggio Mitraglia e il Verme, con Antonello Fassari e  Stefano Corsi, che nel 2006 riceve il Premio Qualità da parte del  Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Nel 2005 realizza in alta  definizione un video sulla collezione di Arte Moderna e Contemporanea  della Fondazione CRT di Torino, progetto che si sviluppa nel 2006 con la  messa in opera di tre video, rispettivamente sulla collezione della  Fondazione CRT, sul Museo d&#8217;Arte Contemporanea del Castello di Rivoli e  sulla Galleria Civica d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea di Torino.</p>
<p>Nel 2006 realizza alla Cavallerizza di Torino la video installazione  &#8220;Tappati la bocca&#8221; per il Teatro Stabile di Torino, con gli allievi  della Scuola del Teatro Stabile diretta da Mauro Avogadro. Nel 2006, in  collaborazione con l&#8217;IRRE Marche e l&#8217;Assessorato Formazione e Lavoro  della Provincia di Macerata, attiva a Recanati e Macerata il laboratorio  video &#8220;L&#8217;amorosa visione&#8221;, con studenti delle scuole medie superiori,  dell&#8217;accademia e dell&#8217;università. Il laboratorio, terminato nel marzo  2007, produce un film L&#8217;amorosa visione &#8211; percorsi giovani di incontro e  di abbandono e successivamente l&#8217;edizione del libro &#8220;Un&#8217;amorosa visione  &#8211; il cinema della realtà fatto da ragazze e ragazzi&#8221; a cura di Angela  Gregorini.</p>
<p>Nel dicembre 2006 cura la regia del documentario &#8220;Conversazione a Porto&#8221;  realizzato a Porto (Portogallo) sul regista Manoel de Oliveira e la  scrittrice Agustina Bessa Luis e i contenuti filmati dello spettacolo  &#8220;Dossier Ifigenia&#8221; per la regia di Elie Malka, produzione Fondazione  Teatro Stabile di Torino, in scena nel novembre 2007 al Teatro Astra di  Torino.</p>
<p>Nel giugno 2007 inizia le riprese del film documentario &#8220;Morire di  lavoro&#8221;, sugli incidenti nel mondo dell&#8217;edilizia in Italia, prodotto da I  Cammelli con la collaborazione della FILLEA CGIL e il sostegno del  Piemonte Doc Film Fund. Nel febbraio 2008 il film viene presentato in  anteprima nazionale alla Camera dei Deputati a Roma e nel marzo 2008 al  Parlamento Europeo di Strasburgo. Da allora &#8220;Morire di lavoro&#8221;  intraprende un lungo tour di proiezioni e presentazioni in tutta Italia  riscuotendo grande attenzione da giornali, televisioni e radio  nazionali.</p>
<p>Nel 2010 realizza tre film documentari: il ritratto della fotografa  genovese Lisetta Carmi (&#8220;Lisetta Carmi, un&#8217;anima in cammino&#8221; presentato  in anteprima alle Giornate degli Autori-Venice Days 2010 a Venezia),  quello dell&#8217;editore pisano Luciano Lischi (&#8220;Luciano Lischi, editore&#8221;  presentato in anteprima al Cinema Lumiére di Pisa) e quello del critico  cinematografico Morando Morandini (&#8220;Je m&#8217;appelle Morando. Alfabeto  Morandini&#8221; presentato in anteprima a Invideo 2010 a Milano).</p>
<p>Daniele Segre è docente di regia al Centro Sperimentale di  Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema di Roma (&#8220;Cinema e realtà&#8221;) e  all&#8217;Università di Pisa (&#8220;Regia cinematografica&#8221;); all&#8217;interno del corso  2009 al C.S.C.-S.N.C. è stato realizzato il video &#8220;3 Prototipi&#8221;  sull&#8217;opera di Gianni Toti e &#8220;La Casa Totiana&#8221; di Roma. Dal 2002 Segre  insegna &#8220;Interpretazione cinematografica&#8221; alla Scuola per attori del  Teatro Stabile di Torino, con cui realizza la videoinstallazione  &#8220;Tappati la bocca&#8221; e il film &#8220;Dimmi la verità&#8221; (2008).<br />
Da giugno a dicembre 2010 ha diretto il corso di formazione  professionale &#8220;Esperto di video documentazione sociale&#8221; realizzato dalla  Provincia di Pisa in collaborazione con Sipario Toscana Fondazione-La  Città del Teatro, in cui è stato inoltre docente in più moduli; tra  luglio e agosto ha invece avuto la docenza della &#8220;Masterclass-Cinema e  Realtà&#8221; del Bobbio Film Festival 2010 per la direzione di Marco  Bellocchio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guarda il trailer: <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/Morire-di-lavoro-trailer-2-un-film-di-Daniele-Segre-YouTube.mp4">Morire di lavoro (trailer 2) &#8211; un film di Daniele Segre &#8211; YouTube</a></p>
<p>Le recensioni scelte da Gulliver:</p>
<div id="content">
<p>Da<strong> &#8220;Sentieri Selvaggi&#8221;</strong> articolo di <strong>Sergio Sozzo</strong></p>
<h5>Il film di Daniele Segre è un’invocazione, un recitativo, e  un atto d’accusa. Recitativo dei testimoni davanti alla mdp, su fondale  nero, decisi a guardarci negli occhi e a fare il loro atto d’accusa  sulle morti sul lavoro nel settore edilizio. Ma soprattutto, invocazione  dei fantasmi delle vittime e dei martiri caduti, che affollano  l’inquadratura venendo fuori da quello sfondo nero in ogni istante.</h5>
<div>
<p>Giudici eletti, uomini di legge / noi che danziam nei vostri  sogni ancora / siamo l&#8217;umano desolato gregge / di chi morì con il nodo  alla gola.<br />
Quanti innocenti all&#8217;orrenda agonia / votaste decidendone la sorte / e  quanto giusta pensate che sia / una sentenza che decreta morte?<br />
Uomini cui pietà non convien sempre / male accettando il destino comune,  / andate, nelle sere di novembre, / a spiar delle stelle al fioco lume,  / la morte e il vento, in mezzo ai camposanti, / muover le tombe e  metterle vicine / come fossero tessere giganti / di un domino che non  avrà mai fine.<br />
Uomini, poiché all&#8217;ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai  tardivo /per non aver pietà giammai avuto/ e non diventi rantolo il  respiro: / sappiate che la morte vi sorveglia/ gioir nei prati o fra i  muri di calce, / come crescere il gran guarda il villano/ finché non sia  maturo per la falce. Morire  di Lavoro è un’invocazione, un recitativo, e un atto d’accusa.  Documentario sulle assurdità delle morti sul lavoro nell’oscuro mondo  dei cantieri in nero (e non solo), il film di Daniele Segre si avvale  dei recitativi di vedove, sopravvissuti, parenti in lutto, “manovali”  che si esprimono in dialetti distanti, in lingue diverse perché non  italiane. Stagliati su sfondo nero, in primo piano, tutti questi  testimoni fanno il proprio atto d’accusa, raccontano la propria storia,  il proprio dolore, i propri incidenti. Ogni tanto, Segre squarcia  l’ineffabilità del montaggio serrato delle voci e dei volti con  improvvise aperture su vedute tipiche di paesaggi d’Italia: il Duomo di  Milano, il Golfo di Napoli. In piena evidenza, le tracce dei cantieri  aperti: gru, impalcature, ruspe. Fuori campo, le voci dei fantasmi: di  nuovo in idiomi differenti e lontani, lettere allo spettatore declamate  da virtuali vittime di travi mortali, o cadute fatali. E’ forse una  debolezza ‘fiction’ questa di Segre – voler didascalicamente  sottolineare l’immutabilità della situazione dal nord a sud, e spingerci  verso un’empatia tanto più vera quanto più possibilmente ‘a contatto’  con la parola-carne dei martiri. Eppure, i fantasmi affollano questo  film sin dall’inizio:  dietro ad ogni fondale nero, li senti quasi  comparire, li vedi agitarsi, li percepisci testimoniare – tutti i morti  di cui parlano le persone guardando in camera, tutti gli incidenti messi  a tacere, tutte le ingiustizie dei “caporali”, tutto il sangue  nascosto. I fantasmi riempiono l’inquadratura, dietro agli occhi di chi  parla alla mdp, sempre deciso, mai abbattuto. E quando Segre filma i  dialoghi, tra i lavoratori in riunione o in pausa-pranzo, o quell’attimo  sospeso in cui mette a parlare un ragazzo che ha perso l’uso delle  gambe in cantiere e la sua ragazza che tenta di dissuaderlo dal tornare a  guidare l’escavatore, è come se all’improvviso gli stessi fantasmi  prendessero incredibilmente corpo, mostrandosi a noi come un monito  terribile, un’accusa mai doma, allo stesso modo dei corpi inflessibili  ritagliati impietosamente nel bianchenero ‘sporco’ del collettivo Amanda  Flor nel clamoroso e bellissimo <a href="http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?sez0=186&amp;sez1=163&amp;art=16834">La rieducazione</a>,  in qualche modo incentrato su tematiche simili. Rispondendo all’invito  dell’obiettivo di Daniele Segre, che sin dalla prima inquadratura,  appunto, continua a realizzare la sua invocazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il figlio dell&#8217;altra</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 19:37:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 13 e Domenica 14 Aprile 2013 ore 21.15</b><br /> Regia di Lorraine Levy<br />E’ costruito su dicotomie palesi come Israele/Palestina, cultura/natura, ricchezza/povertà, maschile guerriero/femminile pensante. Un solido impianto metaforico che dialoga con lo spettatore ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/ilfigliodellaltra.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3707" title="ilfigliodellaltra" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/ilfigliodellaltra.jpg" alt="" width="150" height="214" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Lorraine Levy</strong></p>
<p>Francia  2012 -105’-</p>
<p>con: Emmanuelle Devos, Jules Sitruk,</p>
<p>Bruno Podalydès, Pascal Elbé, Khalifa Natour, Ezra Dagan, Mehdi Dehbi, Areen Omari</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante la visita per il servizio di leva nell&#8217;esercito israeliano, Joseph scopre di non essere il figlio biologico dei suoi genitori, poiché appena nato è stato scambiato per errore con Yacine, palestinese dei territori occupati della Cisgiordania. La rivelazione getta lo scompiglio tra le due famiglie, costringendo ognuno a interrogarsi sulle rispettive identità e convinzioni, nonché sul senso dell&#8217;ostilità che continua a dividere i due popoli. Un&#8217;opera emozionante che affronta temi di drammatica attualità cercando le risposte nel cuore della gente comune e affidando le speranze per il futuro alle donne e alle nuove generazioni.</p>
<p>Guarda il trailer: <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/Il-figlio-dellaltra-MYmovies.mp4">Il figlio dell&#8217;altra &#8211; MYmovies</a></p>
<p>Le recensioni scelte da Gulliver:</p>
<p>Da <strong>Il Corriere della sera</strong> recensione di <strong>Paolo Mereghetti</strong></p>
<p>Con i «se» non si fa la storia. Eppure il cinema ogni tanto ci riesce, se non a cambiarne il corso per lo meno a farci vedere cosa potrebbe succedere se&#8230; È questo uno dei meriti del film Il figlio dell&#8217;altra di Lorraine Lévy, regista ebrea residente a Parigi, che ha rielaborato con Noam Fitoussi e Nathalie Saugeon uno spunto di cronaca per costruirne una storia esemplare della serie «cosa potrebbe succedere se&#8230;» Man mano che la storia seguiva il suo percorso e i vari protagonisti faticavano a trovare un modo per risolvere la loro situazione, anch&#8217;io mi sono trovato a pensare come la regista avrebbe risolto tutte quelle contraddizioni, a immaginare una via di fuga o una soluzione possibile. E a ogni scena successiva il film mi sorprendeva per la sua capacità di non cercare scorciatoie o improbabili colpi di scena. Ero affascinato e completamente trascinato dentro la storia. Poi, a un certo momento, il film deve ben finire. E il modo in cui lo fa &#8211; con i due ragazzi che si invitano a «non sprecare la vita» &#8211; mi è sembrato uno dei più onesti e più indovinati possibili. Un finale dove i due protagonisti si interrogano sul loro futuro per un film che pone tante domande lasciando a chi guarda il compito di immaginare le risposte.</p>
<p>Da <strong>La Stampa</strong> recensione di <strong>Alessandra Levantesi Kezich</strong></p>
<p>Centrale fin dal Medioevo nel folklore europeo, il motivo del «figlio scambiato» rispecchia ancestrali angosce materne e spietati giochi dinastici; oppure eventuali crisi di identità come nel film di Lorraine Levy, regista ebrea parigina, dove il tema si carica di una valenza assai complessa che attiene alla sfera religioso/storico/ideologica oltre che familiare. Preso in questo senso, come un invito alla (ri)conciliazione, come un’utopica prefigurazione di possibile convivenza, il film ha una sua ragione di essere; e la Levy mostra buona mano nell’ambientare e orchestrare i contrastanti quadri familiari. Ma al contempo la sceneggiatura resta in superficie e gli intricati nodi, degni di una tragedia greca, si sciolgono con quella disinvolta facilità che sempre assolviamo nel cinema hollywoodiano, perché lì il gioco rientra nei dichiarati parametri della fiction; mentre da una realistica pellicola europea pretendiamo maggior rigore e profondità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Educazione siberiana</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 19:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 6 e Domenica 7 Aprile 2013 ore 21.15</b><br /> Regia di Gabriele Salvatore<br /> E' una trasposizione che vuole guardare il cinema italiano del passato, dal largo respiro avvolgente del cinema di Sergio Leone e al rapporto con la letteratura di Luchino Visconti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/educazionesiberiana.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3711" title="educazionesiberiana" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/educazionesiberiana.jpg" alt="" width="150" height="216" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>di Gabriele Salvatores</h3>
<p>Italia 2011 -110’-</p>
<p>con: John Malkovich, Peter Stormare, Eleanor</p>
<p>Tomlinson, Giedrius Nagys, Andrius Paulavicius, Donatas Simukauskas, Arnas Fedaravicius, Riccardo Zinna</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel sud della Russia, in una città divenuta una specie di ghetto per criminali di varie etnie, due bambini di 10 anni, Kolima e Gagarin, crescono insieme, amici per la pelle. L&#8217; educazione che viene impartita è piuttosto particolare: il furto, la rapina, l&#8217; uso delle armi. Il loro clan ha delle regole precise, una specie di codice d&#8217; onore, a volte persino condivisibile, che non va tradito per nessun motivo. Ma il tempo passa, i due ragazzi crescono mentre il mondo intorno a loro cambia radicalmente&#8230; E quando hai vent&#8217; anni e il mondo ti si spalanca davanti, hai voglia di prendertelo. E quando hai vent&#8217; anni, rispettare le regole non è esattamente il tuo primo pensiero. Ma, come dice nonno Kuzja, il capo del clan criminale siberiano: &#8220;È folle volere troppo. Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare!&#8221;</p>
<p>Guarda il trailer: <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/Il-trailer-ufficiale-di-Educazione-Siberiana-Cinema-e-Trailer-Cinema-e-Trailer.flv">Il trailer ufficiale di Educazione Siberiana &#8211; Cinema e Trailer   Cinema e Trailer</a></p>
<p>La recensione scelta da Gulliver:</p>
<p>Da il settimanale l’ESPRESSO  articolo di Roberto Escobar</p>
<p>Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare: quando nonno Kuzja (John Malkovich) gli dice queste parole sagge, Kolyma (Arnas Sliesoraitis) ha dieci anni. Dieci anni dopo, nel 1998, Kolyma (Arnas Fedaravicius) porta la divisa dell’esercito russo e combatte in Cecenia. Nel frattempo tutto è cambiato. Crollato l’impero sovietico, anche nella sua comunità urca &#8211; siberiani dediti al crimine, a suo tempo confinati da Stalin nel Sud della Russia &#8211; qualcuno ha cominciato a pensare che non sia il cuore la misura giusta dei desideri, e che anzi niente ci sia di giusto. Così è stato anche per Gagarin (Vilius Tumalavicius), l’amico dell’infanzia e della prima giovinezza che, per possedere oltre ogni misura, ha abbandonato la comunità e l’ha tradita. Per dirla ancora con le parole di nonno Kuzja, ha fatto come un giovane lupo che si fosse venduto agli uomini, diventando un loro cane. Ora Kolyma è lì, tra le montagne cecene, per ritrovarlo, e anche perché si ritrovi. Ispirandosi a un libro del siberiano Nicolai Lilin (scritto in italiano e pubblicato da Einaudi), Gabriele Salvatores e i cosceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia raccontano di un gruppo di uomini che da sé si chiamano «criminali onesti». In guerra contro ogni forma di potere e di sfruttamento, gli urca hanno una morale aristocratica, fondata sul valore personale e sulla tradizione. Uccidono, ma sempre rispettando quella che a loro pare sia la vita: prima di tutto la vita dei deboli, i «voluti da Dio», e poi la vita dei liberi e dei forti. Insomma, la vita dei lupi, che mai accetterebbero di farsi cani. L’universo di questi criminali onesti è chiuso. La loro è un&#8217;utopia fragile, che lo scorrere del tempo trascina via, proprio come il fiume lungo cui vivono nella sua piena travolge oggetti, amori, amicizie, vite intere. Nonno Kuzja non può farci niente. E niente può farci Ink (Peter Stormare), che con i tatuaggi scrive sui corpi le vite degli uomini, illudendosi di dar loro identità e storia. La Storia, quella con la maiuscola, è ben più potente della loro onestà, e la sua dismisura eccede ogni misura dei loro cuori. Che cosa mai resterà in quello di Kolyma, dopo aver trovato Gagarin, se non il desiderio o la speranza che un altro mondo sia possibile? Che cosa potrà tentare, il giovane lupo, se non di scendere a Sud, sempre più a Sud e verso l’Occidente, cercando un altro futuro? Ma è ben difficile che si incontrino tempi e luoghi in cui i lupi non desiderino farsi cani.</p>
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		<title>Viva la libertà</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 19:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 30, Domenica 31 e Lunedì 1 Aprile 2013 ore 21.15</b><br /> Regia di Roberto Andò<br />Parte da un pirandelliano scambio d’identità per riflettere “politicamente” sull’oggi, sul nostro post-catastrofe, sull’immediato futuro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/vivalaliberta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3715" title="vivalaliberta" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/vivalaliberta.jpg" alt="" width="150" height="214" /></a></p>
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<h3>di Roberto Andò</h3>
<p>Italia 2013 -94’-</p>
<p>con: Toni Servillo, Valerio Mastandrea,</p>
<p>Valeria Bruni Tedeschi</p>
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<p>Il segretario del principale partito d&#8217;opposizione, Enrico Oliveri, è in crisi. I sondaggi per l&#8217;imminente competizione elettorale lo danno perdente. Una notte, dopo l&#8217;ennesima contestazione, Oliveri si dilegua, senza lasciare tracce. Negli ambienti istituzionali e del partito, fioccano le illazioni, mentre la sua eminenza grigia, Andrea Bottini e la moglie, Anna, continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. È Anna a evocare il fratello gemello del segretario, Giovanni Ernani, un filosofo geniale, segnato dalla depressione bipolare. Andrea decide di incontrarlo e ne resta talmente affascinato da iniziare a vagheggiare un progetto che ha la trama di un pericoloso azzardo. Così, d&#8217;improvviso, un bel giorno, il segretario riappare sulla scena: inizia a parlare una lingua diversa, poetica e lucida, che colpisce, sorprende. Le quotazioni del partito riprendono a salire, mentre l&#8217;opinione pubblica e le piazze tornano a infiammarsi d&#8217;entusiasmo. In breve, nel rapido succedersi di eventi che caratterizza la campagna elettorale, il segretario diventa oggetto di una ammirazione senza precedenti. Ma qualcuno, dal suo nascondiglio segreto, ne segue i movimenti, in attesa&#8230;</p>
<p>Guarda il trailer: <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/03/Viva-la-libertà-Trailers-FilmUP.com2_.flv">Viva la libertà   Trailers   FilmUP.com2</a></p>
<p>Le recensioni scelte da Gulliver:</p>
<p><em>Da: Internazionale, numero 988, 22 febbraio 2013</em></p>
<p><em>articolo di: <strong>Vanka Luksic</strong></em></p>
<p><em>Viva la libertà</em> è un film da non perdere. Con un Toni Servillo da Oscar, nel doppio ruolo del leader dell’opposizione, Enrico Oliveri, spento e depresso, e di suo fratello gemello, un filosofo un po’ matto (appena uscito da un ospedale psichiatrico), pieno di vita e di ideali. La campagna elettorale va malissimo, Oliveri non ne può più e sparisce. Va a rifugiarsi a Parigi da una vecchia fiamma (splendida Valeria Bruni Tedeschi). Il suo segretario, Bottini (magnifico Valerio Mastandrea), disperato, trova una soluzione: il fratello gemello, il professor Giovanni Ernani, prenderà il posto di Enrico per continuare la campagna. E, grazie a lui e ai suoi discorsi così poco convenzionali e poetici, l’opposizione ritroverà lo slancio perduto.</p>
<p>Tutti dovrebbero vedere<em> Viva la libertà</em>, i politici e gli elettori. La lezione del professor Ernani è una lezione di vita preziosissima: in questo mondo dominato dal catastrofismo, al posto della paura deve tornare la passione. La scena del tango con la cancelliera tedesca è geniale. Si ride e si riflette. Ogni dettaglio è curato, anche i nomi non sono casuali. Si esce dal cinema canticchiando, come il professore, le note dell’ouverture della <em>Forza del destino</em> di Verdi.</p>
<p>Da <strong>Ondacinema</strong> recensione di <strong>Carlo Cerofolini</strong></p>
<p>Ciclicamente la politica ed i suoi sodali tornano ad interessare i nostri registi. Costola nobile del movimento neorealista, il cinema che si occupa della &#8220;res pubblica&#8221; si è distinto nel corso del tempo per la tendenza a descrivere il potere e le sue istituzioni con una lente deformante, capace di descrivere le forme di una stortura che sembra connaturata con l&#8217;esercizio stesso di quella funzione. Nel farlo ha concepito personaggi ambivalenti per natura, in quanto combinazione d&#8217;elementi che appartengono al reale ed all&#8217;astratto, ma innanzitutto portatori di un io smisurato per la capacità di diventare luogo della retorica e del continuo mascheramento. Dall&#8217;invenzione del ministro Giovanni Botero (&#8220;Il portaborse&#8221;, 1991) alla psico biografia del &#8220;divo&#8221; Giulio (&#8220;<a href="http://www.ondacinema.it/film/recensione/il_divo.html">Il divo</a>&#8220;, 2008) passando per le <em>boutade</em> dei vari Armando Feroci (&#8220;Gallo Cedrone&#8221;, 1991) e Massimo Bonfili (&#8220;Commediasexi, 2006) e senza dimenticare il Berlusconi telecratico di &#8220;<a href="http://www.ondacinema.it/film/recensione/conoscevo_bene.html">S.B. Io lo conoscevo bene</a>&#8221; (2012) appena giunto sugli schermi, l&#8217;uomo politico nel cinema italiano è destinato, per eccesso di idiosincrasie, a fagocitare l&#8217;attenzione dello spettatore. Anche a costo di mettere in secondo piano la dialettica tra il cittadino eletto dal popolo e l&#8217;humus sociale e culturale in cui nasce e si svolge la sua azione.</p>
<p>In questo caso poi la posta messa in palio da Roberto Andò con il suo &#8220;Viva la libertà&#8221; era ancora più alta, perché la storia del segretario del principale partito d&#8217;opposizione Enrico Olivieri, e del fratello gemello Ernani che ne prenderà il posto quando il primo fuggirà da una vita deprimente e da una campagna elettorale fallimentare, non era solo la rappresentazione di una crisi simbolica &#8211; dei valori di un partito e delle sue idee, ma anche di una nazione che non è più in grado di generare gli anticorpi necessari ad eliminare le sue disfunzioni &#8211; e quindi attribuibile a qualunque stagione politica, ma al contrario si collocava nella contingenza quotidiana, con tutti i riferimenti del caso, e con un tempismo &#8211; accelerato anche dal distributore che cavalcando i tempi ne ha anticipato l&#8217;uscita &#8211; da <em>istant movie</em> per la sovrapposizione tra le vicende dello schermo, e quelle che media e giornali ci stanno raccontando nel corso di queste settimane, come quelle del film caratterizzate dal dibattito elettorale e dalla caccia al voto. Materiale incandescente che il film traduce attraverso due stati d&#8217;animo differenti ed opposti, fatti risalire alle diverse condizioni dei due fratelli. Così se da una parte c&#8217;è lo spaesamento di Enrico di fronte ad un&#8217;inquietudine che è innanzitutto una crisi di coscienza personale, che, come vedremo, farà entrare in gioco attraverso la figura di Danielle (Valeria Bruni Tedeschi) un sospeso  che ha influito negativamente sui rapporti tra i due protagonisti, dall&#8217;altra si assiste ad una rinascita per interposta persona, attraverso la leggerezza di un uomo, Ernani, appena uscito da un centro di igiene mentale, che mette a disposizione &#8211; del fratello, del partito, del paese &#8211; la propria libertà intellettuale e l&#8217;indipendenza di giudizio affinché si compia il miracolo di una politica che smetta di &#8220;inventare la realtà e di conseguenza cessi di essere impostura&#8221;. Diretto e sceneggiato da Roberto Andò che lo ha tradotto per il cinema dopo averlo scritto sotto forma di romanzo (con il titolo di &#8220;Il trono vuoto&#8221;, esordio letterario del regista) &#8220;Viva la libertà&#8221; mette la politica sul lettino dello psicanalista, e lo fa iniziando da ciò che gli sta più a cuore, e che forse conosce meglio, ovvero da quella corrente d&#8217;opposizione in cui non si fa fatica a riconoscere il partito democratico, per analizzare le ragioni di una promessa mancata, ma soprattutto per rilanciarne l&#8217;azione, facendo leva sugli ideali smarriti. Una mancanza d&#8217;identità ed uno scoramento sottolineato dall&#8217;inerzia con cui viene ritratto non solo Olivieri, ma anche il resto dei &#8220;compagni&#8221;, gregge laconico e smarrito in attesa del figliol prodigo. Nella difficoltà di pronunciare &#8220;qualcosa di sinistra&#8221; Andò mette in campo possibili modelli, e lo fa affidandosi alle parole ed alle poesie di Bertolt Brecht, pronunciate da Ernani tra lo sbigottimento degli astanti in una delle prime apparizioni sotto mentite spoglie, oppure riproponendo la figura di Federico Fellini, artista senza compromessi, la cui strenua opposizione, e la successiva sconfitta di fronte al decadimento culturale rappresentò un segnale d&#8217;allarme (inascoltato) verso il punto di non ritorno. Il regista fa di lui una specie di Cassandra quando ce lo mostra in un breve inserto d&#8217;archivio. Solitamente pacato e dalla voce gentile, Fellini vi appare urlante e scomposto per l&#8217;inquietudine di una violazione, quella subita dalle sue opere, tagliate arbitrariamente per fare spazio agli inserti pubblicitari, che sembra ferire non solo la sua dignità d&#8217;autore ma anche quella di migliaia di Italiani costretti a subire l&#8217;imbarbarimento imposto dal profitto.</p>
<p>Una chiamata alle armi che il regista affida all&#8217;esperienza e soprattutto alle qualità di Toni Servillo, attore &#8220;civile&#8221; se ce n&#8217;è uno, che, sull&#8217;esempio indimenticabile di un grande come Gian Maria Volontè, e sulla scia di un curriculum segnato in maniera indelebile da personaggi provenienti dal mondo politico (oltre al film di Sorrentino, lo ricordiamo nel recente e sottovalutato &#8220;<a href="http://www.ondacinema.it/film/recensione/bella_addormentata.html">Bella addormentata</a>&#8220;, 2012) si cimenta nel doppio ruolo di Olivieri ed Ernani a cui presta un camaleontismo fatto di esperienza, ed anche di cuore. Il risultato è un&#8217;interpretazione a fasi alterne giocata molto sui diversi registri del film (grottesco, surreale ed anche intimo) e che però, più di una volta, corre il rischio di diventare istrionica e di maniera. Complessivamente invece, pur riconoscendo il livello della confezione, e l&#8217;impegno profuso tanto nella qualità della componente attoriale, quanto nella precisione della messinscena, non si può non notare una semplificazione eccessiva nelle psicologie dei personaggi, e più in generale nell&#8217;apparato teorico della storia, presente in maniera esaustiva nel libro, ed invece carente nella trasposizione filmica. Una riduzione che conferisce all&#8217;opera un senso d&#8217;approssimazione ed una consequenzialità aprioristica, calcolata invece che spontanea. In questo senso è illuminante la decisione finale di Olivieri, quella che decide le sorti della vicenda, la cui resa oltre alla sensazione di non essere supportata dal necessario bagaglio emotivo, sembra sciogliersi con un fare nebuloso, e con una motivazione figlia più del desiderio di chiudere il cerchio che di spiegarlo. Da questo punto di vista risulta migliore, anche se un po&#8217; troppo compiaciuta (ci riferiamo ai vezzi ed ai tic rivelatori di una latente follia), la figura di Ernani, almeno lui, estrinsecato come si conviene ad un <em>fool </em>della sua portata. Favola filosofica che indaga sui mali di un paese in agonia, &#8220;Viva la libertà&#8221; non mancherà di stupire per l&#8217;irridente scherzosità di certi passaggi, fatti ad arte per ironizzare su una classe politica che si copre di ridicolo (anche il presidente della Repubblica non viene risparmiato) ma rimane forte l&#8217;impressione dell&#8217;ennesima occasione mancata.</p>
<p><em><strong><br />
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		<title>Re della terra selvaggia</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 09:53:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 16 e Domenica 17 Marzo 2013 ore 21.15</b><br /> Regia di Benh Zeitlin<br /><br />Girato in Louisiana, in un universo fantasmagorico, evocante la potenza distruttrice dell’uragano Katrina dove la natura ci restituisce uno scenario catastrofico, primordiale e mitologico]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/beastsofthesouthernwild.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3483" title="beastsofthesouthernwild" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/beastsofthesouthernwild.jpg" alt="" width="150" height="215" /></a></p>
<h3><strong>di Benh Zeitlin</strong></h3>
<p>U.S.A. 2012 -92-</p>
<p>con: Quvenzhané Wallis, Dwight Henry, Jonshel Alexander, Marilyn Barbarin, Kaliana Brower, Joseph Brown, Nicholas Clark, Henry D. Coleman, Levy Easterly, Pamela Harper</p>
<p>Il film è la storia di Hushpuppy, una bambina di sei anni che vive con Wink, papà severo ma affettuoso, nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa di un delta del Sud americano. Wink, che ha contratto una grave malattia, sta preparando Hushpuppy a vivere in un mondo dove non ci sarà più lui a proteggerla. Inoltre la Grande Vasca è alla vigilia di una catastrofe di epiche proporzioni: gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono ed arrivano gli Aurochs, misteriose creature preistoriche. A Hushpuppy non resta che cercare di sopravvivere e mettersi alla ricerca della madre, che per lei è solo un vago ricordo&#8230;</p>
<p>Guarda il trailer: <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/Re-della-terra-selvaggia-Trailers-FilmUP.com_.flv">Re della terra selvaggia   Trailers   FilmUP.com</a></p>
<p>La recensione scelta da Gulliver per voi:</p>
<p>Dal quotidiano:<strong><em> Il corriere della sera</em></strong></p>
<p>di Paolo Mereghetti</p>
<p>Il mondo visto con gli occhi di una bambina. Ma un mondo anomalo, sorprendente, spesso ostile, dove la Natura non necessariamente è benigna né gli uomini generosi o caritatevoli. Questa, almeno, è l&#8217;esperienza di Hushpuppy (Quvenzhané Wallis), protagonista di <em>Re della terra selvaggia</em>, la vera sorpresa nelle nomination degli Oscar, dove è in corsa per il miglior film, la miglior regia (Benh Zeitlin), la miglior protagonista (appunto la Wallis, sei anni quando lo interpretò, forse un po&#8217; troppo giovane per un riconoscimento alla «bravura» che sappia distinguere dalla «spontaneità») e la miglior sceneggiatura non originale, perché è tratta da un testo per il teatro.</p>
<p>Sono gli occhi di Hushpuppy, le sue fantasie, le sue paure, le sue conoscenze a guidare lo spettatore in un territorio che sembra tagliato fuori dal mondo civile. Quella strana terra di nessuno dove la ragazzina vive con un padre spesso assente (Dwight Henry), con un gruppo di folcloristici e attempati ubriaconi e con un&#8217;insegnante non proprio ortodossa (Gina Montana) che usa anche i tatuaggi sulla gamba &#8211; due «aurochs», specie di antenati preistorici dei buoi &#8211; per spiegare che tutte le cose sono fatte della stessa materia (la carne), quella terra &#8211; dicevo &#8211; è una specie di inferno e paradiso insieme, dove la natura lussureggiante si può trasformare all&#8217;improvviso nella più impenetrabile delle giungle, isolata dal mondo grazie (o a causa) di una diga che esclude la vista del resto del mondo proprio come la siepe leopardiana.</p>
<p>All&#8217;inizio il film cerca di farci perdere in questo strano mondo abitato da queste strane persone. Improvvisi squarci panteisti dove si comunica con gli animali ascoltando i battiti del loro cuore, lampi fantasiosi dove una vecchia maglietta sporca si «anima» dello spirito della madre sparita (morta? fuggita? mai davvero conosciuta?) si mescolano con la concretezza più triviale e quotidiana, fatta di cibi mangiati a morsi senza grazia, di fango e sporcizia dove gli animali convivono con le persone, di alcol e ubriacature prodromi di rabbie e violenze.</p>
<p>Si fatica a mettere a punto tutte le necessarie coordinate per ambientare il film e i suoi strani personaggi e il regista non ci dirà mai che ci troviamo in Louisiana, tra quelle zone paludose ai confini del mare spesso a rischio inondazione (da cui la necessità della diga). Almeno fino a quando l&#8217;imminenza di un uragano aiuterà a far chiarezza: Hushpuppy e i suoi pittoreschi amici sono i testardi abitatori di una zona paludosa che il buon senso spingerebbe a lasciare e a cui invece loro restato caparbiamente attaccati. Perché in quelle zone sono nati e cresciuti e di quelle terre hanno assorbito l&#8217;animo e i valori, i modi di vivere e di sopravvivere, le regole e la cultura, tanto da non potersi adattare a nient&#8217;altro.</p>
<p>Viene in mente il film di Kazan <em>Fango sulle stelle</em>, con l&#8217;amministrazione Roosevelt che mandava Montgomery Clift a convincere i contadini del Tennessee a lasciare le terre a rischio inondazione. Ma là c&#8217;era &#8211; almeno nelle preoccupazioni del regista &#8211; la priorità dell&#8217;azione politica, la fiducia nel progresso (delle opere di contenimento idrico e della uguaglianza tra lavoratori bianchi e neri) e il ruolo salvifico dell&#8217;amore. Oggi, cinquant&#8217;anni dopo quel film, sembra di essere tornati indietro nel tempo: la diga diventa un ostacolo invece di essere uno scudo, l&#8217;opera di «salvataggio» non solo è vista come una violenza ma sembra incapace di capire le ragioni profonde di una cultura (fanno accapponare la pelle le poche scene in cui Hushpuppy viene vestita e pettinata «elegantemente») e gli sforzi di modernizzazione finiscono per trasformarsi in piccole ma dolorose prove di genocidio culturale.</p>
<p>È a questo punto che il film si apre a una narrazione più piana e distesa, dove gli incubi di Hushpuppy &#8211; le strane e aggressive «bestie» del titolo originale: <em>Beasts of the Southern Wild</em> &#8211; diventano elementi di un mondo di cui cominciamo a conoscere le ragioni e le «leggi» e dove un inaspettato viaggio per mare porterà la protagonista a scoprire (forse) qualcosa sul destino della madre. E mentre il film si chiude su una nota di commovente panteismo, con il corpo di un adulto che torna all&#8217;acqua da cui arriva anche la vita, il film dell&#8217;esordiente Benh Zeitlin (i suoi primi cortometraggi si possono vedere su www.court13.com) ci conquista con quella sua insolita poesia, fatta di asperità e di dolori ma anche di magia e di sogni. Proprio come sono le forze che guidano la giovane Hushpuppy verso il suo domani.</p>
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		<title>Zambezia</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 09:51:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Domenica 17 Marzo 2013 ore 15.30</b><br /> Regia di Wayne Thomley<br />GULLIVER BIMBI<br />Lo sguardo del regista approccia l'immagine rifacendosi ai registri del film action, concentrandosi soprattutto sui momenti di maggior impatto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/zambezia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3490" title="zambezia" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/zambezia.jpg" alt="" width="150" height="215" /></a></p>
<h3><strong>di Wayne Thomley</strong></h3>
<p>Sudafrica 2012 -83’-</p>
<p>con le voci di: Samuel L. Jackson, Abigail Breslin, Jeff Goldblum, Jim Cummings, Leonard Nimoy, Noureen DeWulf, Richard E. Grant, Jenifer Lewis, Tania Gunadi, Jeremy Suarez</p>
<p>Sul bordo di una cascata, immersa nel tronco di un enorme albero di Baobab si trova una vivace città di uccelli chiamati Zambezia. Famosa per essere la città più sicura in tutta l&#8217;Africa, Zambezia è diventata l&#8217;area protetta della valle del fiume, dove uccelli d&#8217;ogni piuma vivono insieme in armonia e in pace. Kai (un giovane Falcon) lascia il suo remoto avamposto contro la volontà del padre per unirsi ai prestigiosi Hurricane che pattugliano i cieli mantenendo Zambezia al sicuro. Il padre di Kai decide di seguirlo, ma viene catturato dal famigerato Budzo, una lucertola gigante che cospira con i marabù per conquistare Zambezia. Se Kai vuole salvare Zambezia, dovrà imparare che non tutte le battaglie si vincono con volo veloce e fantasia.</p>
<p>Guarda il trailer: <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/Zambezia-Trailers-FilmUP.com_.flv">Zambezia   Trailers   FilmUP.com</a></p>
<p>La recensione scelta da Gulliver per voi:</p>
<p>da <strong><em>La gazzetta di Parma</em></strong></p>
<p>di <strong><em>Cristiano Nesta</em></strong></p>
<p>Una produzione sudafricana, un regista (Wayne Thornley) all’esordio in un lungometraggio, una tecnica grafica che ricorda le movie scenes di un gioco da console ed un target di pubblico di giovanissimi. Il risultato? Uno splendido tripudio di colori, un film dalla sceneggiatura ponderata e coerente, un semplicissimo coro di riflessioni. Zambezia, è uno di quei prodotti che i genitori farebbero bene a vedere con i loro figli, lontano dalle smancerie del canoro Happy Feet e distante anni luce dai luoghi comuni esasperati nei sequel di Madagascar. Zambezia è una città di uccelli «d’ogni piuma», fondata nel tronco di un gigantesco albero di baobab sul bordo di una cascata. Kai, un giovane Falcon, vive nel deserto e il suo grande sogno è raggiungere la città per unirsi agli Hurricane, le temerarie guardie del posto. Il padre di Kai non approva la sua decisione, logorato da una segnante vicenda del passato. Inoltre, i Maribù sono in agguato e un loro temibile alleato è pronto a giocare le sue carte&#8230; La sceneggiatura di Thornley e la scenografia della Triggerfish Animation sfruttano a pieno l’incantevole ambientazione africana rendendo la pellicola decisamente all’altezza di quelle prodotte dalle major statunitensi.</p>
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		<title>Ulidi piccola mia</title>
		<link>https://www.circologulliver.it/cinema/stagione-12-13/ulidi-piccola-mia</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 09:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 9 e Domenica 10 Marzo 2013 ore 21.15</b><br /> Regia di Mateo Zoni<br />GULLIVER  EVENTO SPECIALE: DONNA <br />Gianni Amelio direttore del TFF  lo ha definito: "Un fiore al limite del campo, un film come ce ne dovrebbero essere di più" ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/locandina.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3476" title="locandina" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/locandina.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<h3>di <strong>Mateo Zoni</strong></h3>
<p>Italia / 2011 -67’-</p>
<p>con: Paola Pugnetti, Giada Meraglia, Marcella Diena, Marco Romeo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Paola sta per compiere diciotto anni, di cui gli ultimi quattro trascorsi lontano dalla famiglia, in comunità. Non può e non vuole tornare a casa. Figlia di una donna musulmana e di un contadino, si trova divisa tra due culture molto diverse tra loro. Ora sarà inoltre costretta ad affrontare, dopo un lungo periodo di sofferenza, tutte le difficoltà legate alla fine dell’adolescenza e all’ingresso nell’età adulta.</p>
<p>Guarda il trailer: <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/Ulidi-piccola-mia-MYmovies.flv">Ulidi piccola mia &#8211; MYmovies</a></p>
<p>La recensione scelta da Gulliver per voi:</p>
<p>Dalla redazione del Torino Film Festival</p>
<p>Raffaele Meale<br />
Torino, 30-11-2011</p>
<p>Nei giorni precedenti all&#8217;apertura della ventinovesima edizione del Festival di Torino si era alzato un certo clamore, sulla stampa italiana, nei confronti di <strong>Ulidi piccola mia</strong>, opera d&#8217;esordio di Mateo Zoni accolta nel concorso ufficiale. Una curiosità dettata dal nome di Zoni, sconosciuto anche agli addetti ai lavori, dalla provenienza del regista (la provincia di Parma, lontano dai clamori metropolitani di cui è intriso solitamente il cinema italiano), e dalla tematica trattata in questo suo primo, breve lungometraggio &#8211; poco più di un&#8217;ora di durata. <strong>Ulidi piccola mia</strong> racconta la storia di Paola, una giovane ragazza che vive da alcuni anni in una comunità a causa delle crisi depressive che la portano all&#8217;autolesionismo e in passato l&#8217;hanno addirittura trascinata a pochi passi dal suicidio: il suo mondo è fatto di vita comune insieme ad altri ragazzi in terapia (in particolare Giada, affetta da un leggero ritardo mentale, e Marcella), del praticantato in un corso di estetica e di cura del corpo e delle settimanali visite alla cascina di famiglia, dove ritrova i genitori, il fratello minore e tutti gli altri parenti. Semplificando al massimo il discorso, si potrebbe tranquillamente affermare che il film di Zoni sia tutto qui: un pedinamento incessante, di natura squisitamente zavattiniana, che rincorre un&#8217;anima irrequieta, alla ricerca ostinata della propria tenerezza perduta, all&#8217;interno di una realtà sociale composita e con la quale non è facile interagire.<br />
Opera magmatica e a tratti realmente difficile da classificare, <strong>Ulidi piccola mia</strong> è ispirata dal volume <em>Fuga dalla follia &#8211; Viaggio attraverso la Legge Basaglia</em> di Maria Zirilli, ma si basa su un<a href="http://www.cineclandestino.it/upload/images/public/image/2011/2011/11/Festival/Torino/Concorso/Ulidi%20piccola%20mia/Ulidi-piccola-mia-testo.jpg" target="_blank"></a> collage incessante di ipotesi e aneddoti, in una mescolanza di realtà e finzione che finisce per stordire anche lo spettatore più smaliziato. Zoni è venuto a conoscenza della travagliata storia personale di Paola grazie a uno spettacolo teatrale in cui la ragazza si esibiva nella canzone che apre anche il film, e ha deciso di focalizzare su di lei l&#8217;attenzione. Da qui è partito un processo assai complesso, vista anche la delicatezza della tematica affrontata, portato avanti lavorando con i ragazzi, con i parenti, con i responsabili della comunità, con le autorità del luogo &#8211; il film, oltre a essere stato acquistato da Cinecittà Luce, vede tra i vari enti patrocinanti anche la provincia e il comune di Parma. L&#8217;unica definizione che potrebbe forse rendere chiara l&#8217;operazione ardita tentata dal giovane regista è quella di &#8220;documentario ricostruito&#8221;, visto che Zoni ha spesso rimesso in scena fatti avvenuti nei giorni e nelle ore precedenti: un approccio singolare, e che potrebbe anche far sorgere dubbi legittimi sulla verità di quanto viene narrato, ma che Zoni dimostra di saper padroneggiare con una certa maturità autoriale. Le scelte estetiche di <strong>Ulidi piccola mia</strong> sono chiare, e mescolano il già citato pedinamento a un andirivieni episodico che permette al film di vivere di sprazzi, squarci fulminei cui fanno seguito improvvise stasi, in una gestione del ritmo assolutamente personale e apprezzabile. Anche se indubbiamente la reale forza di Ulidi piccola mia sta tutta nello sguardo magnetico, scoraggiato e carico di una furia salvifica di Paola, adolescente irrequieta alla ricerca di una propria stabilità: le videocamere di Zoni si attaccano alla giovane, facendo in modo che la narrazione respiri all&#8217;unisono con lei. Mateo Zoni pone la firma in calce a una versione imberbe e meno stratificata &#8211; soprattutto per quel che concerne la riflessione sulla macchina/cinema e sul ruolo eversivo affidato all&#8217;elemento della scena &#8211; del capolavoro di Alberto Grifi <strong>Anna</strong>, regalando al pubblico almeno due momenti di altissimo cinema: il ritorno a casa per il fine settimana e il pasto serale al ristorante, con gli ospiti della comunità in libera uscita.<br />
Non è esente da difetti l&#8217;esordio di Zoni, ma pone senza dubbio le basi per un&#8217;esperienza autoriale del tutto estranea alla prassi dell&#8217;Italia contemporanea. Il rischio è che, come ogni opera che osa distaccarsi dalla norma, anche Ulidi piccola mia venga sottostimato, incompreso e deriso. Sarebbe un errore grave, perché sono piccoli film come questo a indicare una strada alternativa a quella che sta spingendo anno dopo anno il cinema italiano in fondo a una scarpata.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Django Unchained</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 09:41:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 2 e Domenica 3 Marzo 2013 ore 21.15</b><br /> Regia di Quentin Tarantino<br /><br />Cinema “cinefilo” e irriverente, contaminato e citazionista, ma giocosamente analogico e materico, dove la parola diventa sguardo, il personaggio si trasforma in paesaggio, e l’azione è l’unico luogo possibile dei sentimenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/djangounchained.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3471" title="djangounchained" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/djangounchained.jpg" alt="" width="150" height="215" /></a></p>
<h3>di Quentin Tarantino</h3>
<p>U.S.A. 2012 -165’-</p>
<p>Con: Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Christoph Waltz, Kerry Washington</p>
<p>Ambientato nel Sud degli Stati Uniti due anni prima dello scoppio della Guerra Civile, Django Unchained vede protagonista Jamie Foxx nel ruolo di Django, uno schiavo la cui brutale storia con il suo ex padrone, lo conduce faccia a faccia con il Dott. King Schultz (Christoph Waltz), il cacciatore di taglie di origine tedesca. Schultz è sulle tracce dei fratelli Brittle, noti assassini, e solo l’aiuto di Django lo porterà a riscuotere la taglia che pende sulle loro teste. Il poco ortodosso Schultz assolda Django con la promessa di donargli la libertà una volta catturati i Brittle – vivi o morti.</p>
<p><strong>Guarda il trailer:</strong> <a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/02/Django-Unchained-Trailers-FilmUP.com_.flv">Django Unchained   Trailers   FilmUP.com</a></p>
<p><strong>Le recensioni scelte da Gulliver per voi:</strong></p>
<p>Dal quotidiano: <em><strong>Il corriere della sera</strong></em></p>
<p>Di Paolo Mereghetti</p>
<p>Non stupisce l&#8217;erudizione e il piacere della caccia alla citazione, perché è lo stesso regista che si diverte a mettere nel film omaggi e «prestiti», dalle musiche che aprono e chiudono il film (quelle originali di Luis Bacalov per il <em>Django </em>di Corbucci, sui titoli di testa, e di Franco Micalizzi per <em>Lo chiamavano Trinità&#8230;</em>, su quelli di coda) al dialogo con Franco Nero sull&#8217;esatta pronuncia di «Django» (che quel personaggio aveva interpretato nel 1966) e a tanti altri ancora. Ma che questa debba essere l&#8217;unico metro di giudizio di un film e non per esempio la «superficialità» per cui nelle prime scene il freddo a volte fa condensare il respiro degli schiavi e a volte no&#8230; beh, la cosa mi sembra per lo meno discutibile.</p>
<p>Certo, i film di Tarantino ci hanno abituato a una libertà di trovate e invenzioni che non ha paragone nel cinema contemporaneo, dove la logica non sempre è di casa. In <em>Bastardi senza gloria</em> metteva addirittura a segno un finale che ribaltava ogni verità storica sulla Seconda Guerra Mondiale e anche qui le libertà che si prende non sono poche. E più che sul filologicamente corretto «negro» che tanto ha scandalizzato Spike Lee (anche nel «corretto» <em>Lincoln </em>di Spielberg si usa ovviamente «negro») ci sarebbe molto da dire sulla verosimiglianza dei «combattimenti tra Mandinghi». Spesso il divertimento per lo spettatore nasce proprio da qui, dalle libertà che il regista si prende rispetto alla struttura codificata del genere.</p>
<p>In un processo creativo, però, che trova la propria ragione e il proprio metro di valore (almeno per me) nella coerenza dell&#8217;invenzione e nella forza della creazione. E non solo nella quantità delle citazioni.</p>
<p>Per questo <em>Django Unchained </em>mi sembra meno divertente (e interessante) di <em>Bastardi senza gloria</em>, perché dopo un inizio folgorante finisce per restare schiavo della sua logica «revisionista» e si avvita in una seconda parte a volte piuttosto ripetitiva e deludente. Certo, l&#8217;inizio, con quello strano dentista tedesco che ferma nel mezzo della notte due mercanti con i loro schiavi in catene si stampa subito nella memoria: il dottor King Schultz di Christoph Waltz, aulico nei modi ma sbrigativo con le armi, è uno di quei personaggi talmente irreali da diventare subito mitico. Così come lo schiavo nero Django (Jamie Foxx), a cui Tarantino regala una coscienza di sé e del suo «ruolo sociale» che sarebbe piuttosto arduo spiegare antropologicamente e storicamente (il film è ambientato nel 1858, «due anni primi della Guerra d&#8217;Indipendenza»).</p>
<p>Insieme però diventano una di quelle coppie sorprendenti e mirabolanti che si adattano perfettamente alla rilettura del western che può interessare Tarantino (e di cui abbiamo un&#8217;ulteriore prova nella presa in giro dei membri del Ku Klux Klan. Una scena degna di Chaplin). Così, trasformati in una temibile coppia di cacciatori di taglie («carne per contanti», come spiega con crudo realismo Schultz a chi quella logica l&#8217;aveva vissuta sulla propria pelle di schiavo comprato e venduto), i due nuovi amici attraversano un West dove le apparenze hanno perso ogni valore (uno sceriffo può essere un bandito ricercato) e bisogna imparare a rimettere in discussione i propri sentimenti (come nell&#8217;episodio del padre ucciso davanti agli occhi del figlio).</p>
<p>Fin qui è il «vecchio» mondo tarantinesco dove si sono persi i parametri di riferimento e bisogna adattarsi per cercare di sopravvivere al caos. Ma nella seconda parte, quando Schultz e Django si mettono alla ricerca della moglie dell&#8217;ex schiavo, Broomhilda (Kerry Washington), comprata dal più razzista di tutti i coltivatori razzisti, Monsieur Candy (Leonardo DiCaprio), l&#8217;inventiva del regista-sceneggiatore mi sembra perdere più di un colpo. Si fa aiutare da una più accentuata esibizione di violenza (fatta intuire più che realmente mostrata, come nel combattimento tra i due Mandinghi o nella punizione dello schiavo fuggiasco D&#8217;Artagnan) ma il risultato resta ben lontano dalle cose migliori della sua carriera. Il debito che paga visivamente al cinema di Hong Kong (come ha dimostrato lucidamente Alberto Pezzotta su «la Lettura» di domenica 13 gennaio) è molto alto ma meno funzionale alla logica del racconto. E il colpo di scena di Schultz che innesca il massacro finale rischia di sembrare &#8211; rispetto alla logica precedente del personaggio &#8211; fin troppo gratuito. Lasciando l&#8217;impressione di un film dove Tarantino si è divertito a giocare con i generi e i miti più di quanto potranno fare i suoi spettatori.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ralph spacca tutto</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 13:22:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Domenica 24 Febbraio 2013 ore 15.30</b><br /> Regia di Rich Moore<br /><br />GULLIVER BIMBI<br />E' ambientato in una sala giochi dove, nell'orario di chiusura, i personaggi dei videogame possono muoversi in autonomia, Ralph Spaccatutto 3D porta il marchio Disney/Pixar.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/01/ralphspaccatutto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3191" title="ralphspaccatutto" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/01/ralphspaccatutto.jpg" alt="" width="150" height="214" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>regia di Rich Moore</strong></p>
<p>U.S.A. 2012 -101&#8242;-</p>
<p>voci di: John C. Reilly, Jane Lynch,</p>
<p>Jack McBrayer, Stefanie</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Ralph Spaccatutto é il protagonista cattivo di un video-game, ma il suo desiderio é quello di essere voluto bene dalle persone come l&#8217;eroe suo antagonista, Fix-It Felix. Quando nella consolle arriva un nuovo gioco, Ralph vede l&#8217;occasione giusta per raggiungere il suo scopo, ma finirà soltanto per scatenare un pericoloso nemico per tutti gli altri giochi&#8230; L&#8217;unico modo per diventare un eroe, adesso, é quello di riuscire a salvare tutti i giochi presenti nella consolle&#8230;</p>
<p>Guardati il trailer</p>
<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/01/Ralph-Spaccatutto-MYmovies2.flv">Ralph Spaccatutto &#8211; MYmovies2</a></p>
<div>
<h3>La recensione scelta Gulliver:</h3>
<h3>Il &#8220;cattivo&#8221; Ralph si riscatta per salvare i colleghi dei videogame</h3>
<div>di Roberto Nepoti <em>La Repubblica</em></div>
<p>Da qualche tempo, nei cartoon, i cattivi sono diventati i  protagonisti. Qui tocca a Ralph Spaccatutto: che cattivo, in realtà, non  è affatto; soltanto, lo hanno programmato così. Faccia da adolescente e  avambracci formato extralarge, da tre decenni Ralph &#8220;lavora&#8221; in un  videogame anni 80 dal titolo &#8220;Felix aggiusta tutto&#8221;. Lui cerca di  distruggere un condominio; allora il piccolo Felix interviene col suo  martello magico. Stufo, Ralph inizia una migrazione di gioco in gioco. E  poiché i videogame hanno cominciato a mescolarsi, ecco arrivare anche  Felix col suo martello; nonché una guerriera bionda, che si innamora del  piccolo aggiustatutto.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		</item>
		<item>
		<title>La migliore offerta</title>
		<link>https://www.circologulliver.it/cinema/stagione-12-13/la-migliore-offerta</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 13:20:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gulliver</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema 2012-2013]]></category>

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		<description><![CDATA[<b>Sabato 16 e Domenica 17  Febbraio 2013 ore 21.15</b><br /><br /> Regia di Giuseppe Tornatore<br /><br />Un film di classe, di alta eleganza e raffinatezza, accompagnato dalla musica sublime di Ennio Morricone, dove il sentimento lascia lo spazio alla suspance ed alla psicologia più profonda.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/01/lamiglioreofferta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3211" title="lamiglioreofferta" src="http://www.circologulliver.it/wp-content/uploads/2013/01/lamiglioreofferta.jpg" alt="" width="150" height="214" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> di Giuseppe Tornatore</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Italia 2012 -124’-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>con: Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Donald</p>
<p>Sutherland, Sylvia Hoeks<br />
Virgil Oldman è un genio eccentrico, esperto d&#8217;arte, apprezzato e conosciuto in tutto il mondo. La sua vita scorre al riparo dai sentimenti, fin quando una donna misteriosa lo invita nella sua villa per effettuare una valutazione. Sarà l&#8217;inizio di un rapporto che sconvolgerà per sempre la sua vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em>Le recensioni scelte da Gulliver</em></h4>
<p><strong>In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico</strong></p>
<p>Luca Bagatin    14-01-2013</p>
<p>articolo da : Terza repubblica Quotidiano online di Società Aperta</p>
<p>Un film che sembra sentimentale, ma che non lo è. Un film che pensi che ti commuova ed invece non lo fa. E&#8221; un film che ti lascia sempre a bocca aperta, ove, quasi sul finale, ti alimenta un&#8221;ansia quasi soffocante. Alla fine ti svuota, ma ti fa pensare, discutere, scervellare.<br />
&#8220;La migliore offerta&#8221; non è un film sentimentale, come penseresti, bensì è un thriller, un giallo d&#8221;autore che per moltissimi versi ricorda lo stile di Pupi e Antonio Avati.<br />
Anche i personaggi principali e secondari sono molto &#8220;avatiani&#8221;, se non fosse che il film, anziché essere ambientato nella provincia emiliana, ha un&#8221;ambientazione anglosassone.<br />
Bravissimo Geoffrey Rush, da sempre versatile e poliedrico attore, da sempre in grado di trasformarsi in personaggi diversissimi fra loro, tutti enigmatici, tutti stravaganti ed eccentrici. Ne &#8220;La migliore offerta&#8221; interpreta Virgil Oldman, ricchissimo battitore d&#8221;asta, eccentrico, introverso, timoroso delle donne al punto di non averne mai avuta una in tutta la sua vita. Ma scaltro e furbo nell&#8221;accaparrarsi, a prezzi stracciati, opere d&#8221;arte di valore inestimabile (tutte raffiguranti volti femminili), grazie al suo vecchio amico Billy (Donald Sutherland).<br />
Virgil è ossessionato dalle donne. Sublima il loro essere nei dipinti, ma teme persino di incrociare il loro sguardo, ogni qual volta incontra una bella donna. Ammette di temerle e di non riuscire a comprenderle. Vi rinuncia per volontà, forse per non soffrire. Rinchiudendosi in una corazza di autoritarismo e spocchia.<br />
Per lui sarà un vero e proprio shock emotivo quello di innamorarsi di una ragazza che un giorno lo chiamerà al telefono, per invitarlo a valutare la vecchia villa dei genitori defunti. Una ragazza che, in un primo tempo, non vedrà mai, in quanto lei vive in una stanza della villa, chiusa a chiave da dodici anni, in quanto afferma di soffrire di agorafobia e di avere paura delle persone.<br />
Nascerà così un rapporto curioso, ove Oldman si preoccuperà costantemente di lei, perdendo le sue abitudini ed ammorbidendo il suo carattere spigoloso ed iracondo.<br />
Lei invece, grazie a lui, uscirà dalla sua &#8220;prigionia volontaria&#8221; e i due diventeranno presto appassionati amanti.<br />
Oldman, nel corteggiamento, sarà aiutato e guidato da un giovane riparatore di vecchi marchingegni, Robert, il quale&#8230; Il quale si scoprirà poi essere una delle pedine di una grande macchinazione ai danni del povero Oldman.<br />
Un grande complotto, insomma, alle spalle di quest&#8221;uomo solo, colto, snob, che cela i suoi sentimenti attraverso un&#8221;ira ed una spigolosità che in realtà non gli apparterrebbero.<br />
La storia di una giovane donna che sì, lo tradirà per ambizione, contribuendo a sottrargli i suoi oggetti da collezione più cari &#8211; i dipinti di volti femminili &#8211; ma che lo amerà per davvero.<br />
Un film di classe, quello di Tornatore, oltre che di alta eleganza e raffinatezza, accompagnato dalla musica sublime di Ennio Morricone, ove il sentimento lascia lo spazio alla suspance ed alla psicologia più profonda, sino a disorientare completamente lo spettatore ed invitarlo a porsi, al termine del film, numerosissime domande. Molte delle quali rimarranno, forse, senza una risposta esauriente. Salvo prendere consapevolezza di un aspetto, tipico dell&#8221;arte, ma da tenere sempre presente, anche nella vita di ciascuno, ovvero che in ogni falso, si nasconde sempre qualcosa di autentico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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